Trentenni al lavoro, tra ricatti e contraddizioni

Noi siamo indubbiamente i primogeniti della morte delle ideologie, tanto che la maggior parte dei miei coetanei quando sente parlare di socialismo e soprattutto di comunismo, scuote la testa in segno di diniego, come quando si cerca di far allontanare un venditore ambulante.

Ebbene ciò mi fa proprio sorridere, specialmente se penso che noi ci confrontiamo quasi quotidianamente con l’esercito di riserva teorizzato da Marx. Ciascuno di noi infatti si è sentito dire almeno una volta:

Se non ti stanno bene queste condizioni, c’è la fila fuori di gente disposta ad accettarle.

Proprio quella file di gente costituisce l’esercito di riserva e conferisce ai datori di lavoro un gran potere di ricatto.

Ma la mia generazione di ribellarsi non ne ha mai voluto sapere e perciò di fronte a certi ricatti tendenzialmente cede, accettando ogni tipo di condizione pur di lavorare.

Allora non posso fare a meno di chiedermi se forse non sarebbe valsa la pena di leggere almeno un bignami del Capitale!?!

Tutti figli di pantalone

Certamente vi ricorderete di quando sette anni fa l’ex ministro Padoa Schioppa ci definì tutti bamboccioni. Le repliche non tardarono ad arrivare, ci sentivamo tutti profondamente offesi dal fatto che non si desse alcun credito alla nostra generazione. 

In effetti l’uscita del ministro fu proprio infelice ma in queste ultime settimane devo ammettere che mi è capitato spesso di ripensarci. In particolare mi sono fermata a riflettere su quanti trentenni, per non dire quarantenni, siano ancora dipendenti dai propri genitori.

Attenzione, non sto parlando di coloro che purtroppo si trovano ad avere lavori precari o ad attraversare momenti di difficoltà economica. Sto parlando di quelli che pur avendo un lavoro stabile ricorrono spesso e volentieri alla formula magica “Paga Pantalone“.

Con la scusa che tanto ai genitori fa piacere aiutare questi individui non si assumono mai la benché minima responsabilità e soprattutto vanno avanti senza conoscere cosa voglia dire fare dei sacrifici.

Probabilmente nessuno si riconoscerà in questo ritratto ma come direbbe Frankie Hi-Nrg

Sono intorno a me ma non parlano con me… Sono come me ma si sentono meglio

L’identità passa dal lavoro?

Rileggendo gli appunti presi durante le interviste emerge chiaramente la necessità di partire trattando il tema del lavoro. Senza dubbio è un tema che oggigiorno sta a cuore a molti, non soltanto trentenni, d’altra parte è altrettanto evidente come esso sia il cardine di confronto tra la mia generazione e quella precedente che a 30 anni si era già costruita una stabilità proprio grazie al lavoro.

A questo punto ci si aspetterebbe che io parlassi di precarietà, adentrandomi nelle ben note polemiche circa la miriade di forme di sfruttamento a cui assistiamo quotidianamente senza quasi riuscire più a indignarci. Invece la riflessione da cui voglio partire è forse più sottile ma non per questo meno importante.

Permettetemi dunque una piccola digressione biografica: da bambina pensavo ci fosse una scuola per ogni mestiere e tempestavo i miei genitori con domande del tipo “Ma che scuola bisogna fare per diventare fiorista/ commesso/ cameriera etc. ?”

Questo semplice esempio, apparentemente insignificante, può invece essere preso come simbolo di come io e tanti miei coetanei siamo cresciuti nella convinzione che una determinata formazione producesse una professione specifica, seguendo quasi un rapporto di causa-effetto. L’impatto con la realtà della vita odierna ci ha costretto a cambiare idea, in quanto per un numero sempre maggiore di persone quest’equazione non vale più.

Siamo forse stati la prima generazione a vivere questo scollamento, quanto meno in termini di massa. Le ragioni di questo fenomeno sono molteplici e forse neanche troppo interessanti ai fini della riflessione che voglio fare. Ciò che mi preme sottolineare infatti è l’impatto che questo scollamento ha avuto sulle persone e sul processo di costruzione dell’identità.

Sembra che le persone abbiano reagito a questo fenomeno socio-economico sviluppando due diverse scuole di pensiero: la prima che non vede più il lavoro come componente identitaria e quindi cerca la realizzazione del sé attraverso altre attività, coltivando le proprie passioni. La seconda invece continua a ritenere fondamentale l’ottenimento della professione desiderata, non soltanto per una propria realizzazione personale ma anche per avere così una riconoscibilità sociale.

Potrebbero sembrare opinioni banali ma credo che in realtà costituiscano il fulcro della vita al giorno d’oggi, specialmente per noi trentenni. Vedo infatti intorno a me sempre più coetanei che si trovano davanti a questo bivio, che non è per nulla semplice da affrontare e spesso produce frustrazione, almeno fino a quando uno non trova il proprio equilibrio.

Naturalmente ci sono anche molte sfumature in mezzo, la realtà fortunatamente è composta da infinite condizioni particolari, tuttavia credo che riflettendoci attentamente ciascuno di noi possa riconoscersi nell’una o nell’altra scuola di pensiero. Sarebbe dunque interessante capire quale punto di vista prevale, per cercare di capire se il lavoro gioca ancora un ruolo determinante nella costruzione dell’identità oppure no, per quel che mi riguarda la domanda resta aperta.