Siamo la generazione del riciclo

La scorsa settimana ero a casa di un’amica per uno swap party e ad un certo punto mi sono fermata a riflettere su come sia molto diffuso tra i miei coetanei il riutilizzo delle cose vecchie. Mi sembra infatti che tra i più giovani non ci sia questo genere di abitudini. Non penso infatti che si tratti di un fattore crisi bensì di un fenomeno di costume, per non dire culturale.

Se infatti ripenso a quando ero adolescente andava di moda acquistare in negozi o mercatini dell’usato, che ora sembrano invece essere in estinzione. Non solo ma i pochi che sono sopravvissuti, cambiando spesso denominazione in vintage, sono per lo più frequentati da miei coetanei. Ecco dunque che torna ad essere probabilmente una questione generazionale.

Si pensava che noi figli degli anni Ottanta fossimo l’emblema del consumismo e ci scopriamo invece essere tra i pochi sostenitori del riutilizzo. I più capaci si dedicano al riciclo creativo facendo quindi incontrare l’ecosostenibilità con la creatività, creando oggetti unici e alimentando nuove nicchie di mercato.

Come al solito non vale per tutti: ci sono molti trentenni che non metterebbero mai un abito vintage o che ai tempi della scuola compravano solo libri nuovi, così come ci saranno sicuramente giovani che amano frugare tra le bancarelle dell’usato in cerca di affari. Tuttavia credo che certe abitudini, che spesso diamo per scontate, riflettano valori importanti e quindi valga ogni tanto la pena di fermarsi a riflettere.

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Tutti figli di pantalone

Certamente vi ricorderete di quando sette anni fa l’ex ministro Padoa Schioppa ci definì tutti bamboccioni. Le repliche non tardarono ad arrivare, ci sentivamo tutti profondamente offesi dal fatto che non si desse alcun credito alla nostra generazione. 

In effetti l’uscita del ministro fu proprio infelice ma in queste ultime settimane devo ammettere che mi è capitato spesso di ripensarci. In particolare mi sono fermata a riflettere su quanti trentenni, per non dire quarantenni, siano ancora dipendenti dai propri genitori.

Attenzione, non sto parlando di coloro che purtroppo si trovano ad avere lavori precari o ad attraversare momenti di difficoltà economica. Sto parlando di quelli che pur avendo un lavoro stabile ricorrono spesso e volentieri alla formula magica “Paga Pantalone“.

Con la scusa che tanto ai genitori fa piacere aiutare questi individui non si assumono mai la benché minima responsabilità e soprattutto vanno avanti senza conoscere cosa voglia dire fare dei sacrifici.

Probabilmente nessuno si riconoscerà in questo ritratto ma come direbbe Frankie Hi-Nrg

Sono intorno a me ma non parlano con me… Sono come me ma si sentono meglio

Una canzone per misurare l’inflazione

Mentre ero in viaggio dall’altra parte del mondo il mio fidato ipod mi ha proposto un grande classico della mia generazione. Si tratta ancora una volta di Max Pezzali e il brano in questione è Con un Deca. Sarà forse che ero reduce dal gran dibattito pro/contro euro delle elezioni europee, ma non ho potuto fare a meno di fare una riflessione.

Gli 883 parlavano infatti di come alla fine degli anni Novanta con 10.000 lire non si riuscisse a fare quasi nulla ed oggi a 20 anni di distanza lo stesso vale per 10 euro. I più attenti ricorderanno invece che il cambio lira-euro era fissato a circa 2.000 lire perciò, se ci si ferma a pensare, l’involontaria equazione che la canzone suggerisce non dovrebbe esistere.

Lungi da me voler fare un trattato di economia antieuropeista da una canzone pop della mia adolescenza, tuttavia penso che sia un’ironica e un po’ amara coincidenza e per questo ho voluto condividerla con voi.

La famiglia surrogato dei trentenni

Di orologio biologico, matrimonio e affini ho già avuto modo di parlare circa un anno fa. Oggi vorrei però tornare sull’argomento perché qualche settimana fa una delle mie più care amiche mi ha sorpreso dicendomi

Siamo la generazione della famiglia surrogato!

Naturalmente sono rimasta un po’ spiazzata ma sviscerando con lei il concetto mi è sorto il dubbio che potesse avere ragione. Intorno a noi infatti un numero crescente di trentenni sembra rifuggere ogni forma di famiglia in senso convenzionale, preferendo altre forme di impegno.

Per dirla in termini più concreti la mia amica si stupiva della quantità di coppie che, ad esempio, non volendo avere figli decidono di prendere un cane. Quello che sorprende non è la scelta in sé quanto il termine di paragone. Spesso accade infatti che le coppie in questione specifichino che il cane sia sostitutivo di un eventuale figlio. Ecco quindi come nasce l’idea di famiglia surrogato.

Personalmente trovo che sia un fenomeno sociologicamente molto interessante, non soltanto perché estremamente diffuso ma perché credo sia il sintomo di qualcosa di più profondo, che talvolta è oscuro alle stesse persone che compiono determinate scelte. Forse si tratta di paura, legata alla situazione economica, o forse di una moda per cui se non si va in qualche maniera contro alla tradizione non si è abbastanza cool.

Io come al solito non ho alcuna risposta ma soltanto curiosità e forse un briciolo di perplessità, se qualcuno si riconosce in quanto descritto sarebbe carino lasciasse un commento.

I trentenni e la Generazione Erasmus

Nel suo discorso di insediamento Renzi ha citato la generazione Erasmus, espressione che credo in molti avrà suscitato delle domande. Cosa si intende infatti con questo termine?

Ad alcuni forse sarà venuto in mente il celebre film l’Appartamento Spagnolo ma credo che l’attuale premier si riferisse ad altro.

Ho così scoperto il saggio di Francesco Cappè, che è immediatamente entrato nella mia lista dei libri da leggere.

Come buona parte dei miei coetanei anch’io nel mio percorso di studi ho fatto l’Erasmus e posso senza dubbio dire che è un’esperienza che mi ha segnato profondamente. Tuttavia non mi sono mai fermata a pensare all’impatto socio-politico di tale progetto.

Inizio quindi a pensare a tutti quelli che conosco che hanno fatto questa o altre esperienze in Europa, quanti di loro sono riusciti a farne qualcosa di più di un’esperienza personale?

Le statistiche ufficiali parlano di circa 200mila italiani che hanno partecipato all’Erasmus tra la fine degli anni ’90 e 2000. Non sono numeri trascurabili eppure si stenta ad individuarne le conseguenze a livello sociale.

In attesa di leggere Generazione Erasmus: l’Italia dalle nuove idee, mi piacerebbe conoscere le vostre opinioni. Lasciate un commento, raccontando la vostra esperienza.

 

Ospitata n° 3 – OTTO OHM

Oggi il mio ipod mi ha proposto Disco Tristo, canzone che non sentivo da un po’, le cui parole mi colpiscono ad ogni ascolto.

In particolare il passaggio 

Dovremmo ammettere lo sbaglio di aspettarci il cambiamento 
Riporre i sogni in un futuro che tempo ormai non ci somiglia più 

 

mi ha fatto pensare al mio ultimo post (che vi invito ovviamente a leggere se non lo avete fatto 😉 )

In generale Disco Tristo traccia un ritratto piuttosto impietoso di una generazione, che temo proprio essere la nostra. Voi cosa ne pensate?

Quelli che aspettano…cosa non si sa.

Uno degli aspetti più divertenti dell’era 2.0 è che c’è sempre qualcuno con la risposta pronta. L’altro giorno infatti non ho fatto in tempo a twittare l’ultimo post che subito è arrivata la sentenza: siamo una generazione attendista!

Confesso che la cosa mi ha un po’ spiazzato, lì per lì mi sono forse anche un po’ offesa. Non mi riconosco in una definizione così netta e negativa, ma invece di rifiutarlo a priori ho cercato di capire le motivazioni di tale giudizio.

Certamente non siamo animati da spiriti rivoluzionari come le generazioni che ci hanno preceduto, così come è indubbio che si sia perso per strada il sentimento collettivo, collante necessario per l’agire sociale. Ma credo che ci fosse dell’altro dietro quel giudizio così nitido.

Riflettendoci attentamente infatti questo atteggiamento attendista non è da ricercare soltanto a livello macro. Proviamo a guardarci intorno o magari anche allo specchio. Quanti da mesi/anni aspettano che qualcuno gli dia l’occasione giusta per dare una svolta alla propria vita? E non sto parlando di comprare un biglietto della lotteria, ma di cose molto più concrete, che magari sarebbero effettivamente alla portata di mano se solo ci si sforzasse un pochino di più.

Allora forse potremmo tradurre quel “attendista” come l’incapacità di osare, di crearsi le opportunità per realizzarsi. Secondo alcuni questo atteggiamento deriva dalla bambagia in cui siamo cresciuti, in fin dei conti con quello che abbiamo riusciamo ad andare avanti senza farci mancare smartphones e pay tv. Così torna inevitabilmente in mente quando da piccoli i genitori dicevano “Vi ci vorrebbe un po’ di fame”. Che avessero ragione?

Non so se il mio follower intendeva questo con il suo commento, lo ringrazio comunque per avermi dato un ottimo spunto di riflessione.