L’apatia di una generazione

In questa giornata elettorale è inevitabile parlare di politica, impegno e partecipazione. Spesso la nostra generazione è stata definita come apatica e indifferente rispetto alla “res publica”, per dirla in latino.

Con coloro che hanno partecipato a questo progetto ho affrontato anche questo tema e sono emerse opinioni molto diverse fra loro, tuttavia quasi tutti hanno espresso un giudizio piuttosto negativo sulla nostra generazione. Essi vedono infatti intorno a loro stessi tanto individualismo e poca passione civile.

C’è chi ritiene che questo sia dovuto a chi ci ha preceduto che in qualche modo ci ha fregato, promuovendo consumismo e apparenza come valori positivi. A supporto di questa tesi c’è la testimonianza di una ragazza che dice di aver coltivato la propria passione civile, frequentando persone più grandi che avevano partecipato al ’68 e che nel tempo hanno mantenuto e coltivato i propri ideali.

L’analisi degli aspetti socio-politici di questo tema potrebbe andare avanti ancora per molto (e spero si sviluppi anche con i vostri commenti) tuttavia vorrei porre l’accento sul risvolto personale di questo “fenomeno” se così lo si vuol definire.

La cosa che più mi ha colpito nel parlare con le persone è stato infatti scoprire che molti hanno perso, del tutto o in parte, la propria passione civile nel passare dai venti ai trentanni. Le esperienze che ho raccolto sono molto diverse tra loro ma portano tutte allo stesso risultato.

Per alcuni questa indifferenza si traduce nella perdita di interesse nel fare “proseliti”.  Ciò non dipende però da una minore convinzione nelle proprie idee bensì dall’adattamento alla predominante ottica relativista. Essi non desiderano più provare a combattere contro i mulini a vento. Altri invece hanno vissuto una vera e propria perdita di passione, perchè non trovano punti di riferimento credibili tra gli attori sociali.

Tuttavia non mancano le eccezioni: alcune ragazze hanno infatti raccontato le loro diverse esperienze di impegno in ambito politico-sociale, alle quali sono arrivate proprio nei trentanni perchè più consapevoli di loro stesse.

Come in tutte le cose quando si parla di persone generalizzare non è mai corretto, credo però che per ciascuno possa essere molto interessante provare a ripercorrere le tappe della propria vita sotto la lente dell’impegno sociale, cercando di capire le ragioni che possono aver determinato eventuali cambiamenti.

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Ospitata n°1 – L’estinzione dei trentenni di Zerocalcare

In questo brevissimo intervento di oggi vorrei ospitare la storia pubblicata qualche tempo fa dal disegnatore Zerocalcare, che tratta in maniera sapiente (molto più sapiente di me) l’argomento dei trentenni:

http://www.zerocalcare.it/2012/03/12/perch-non-possiamo-dirci-trentenni/

Anche questa testimonianza, insieme a quelle che ho raccolto di persona, mi serve infatti come spunto per far crescere questo progetto, che però ha anche bisogno dei vostri commenti, quindi dite la vostra! Trentenni fatevi avanti!

A 30 anni chi sono i patetici?

Prima di proseguire sul tema del lavoro, che certamente è stato uno dei temi più trattati e approfonditi nel corso delle interviste, vorrei aprire una piccola parentesi su un aspetto più socio-relazionale

Molte persone intorno a me, non soltanto quelle che hanno partecipato a questo progetto, rilevano spesso come a 30 anni si sia più consapevoli di sé, di ciò che si è. Questo ovviamente ha delle implicazioni fortissime su tutti gli aspetti della vita, ma si manifesta con maggiore evidenza nell’ambito relazionale e quindi nella sfera affettiva. 

Non voglio però ancora trattare l’argomento dei rapporti di coppia o familiari, bensì cercare di analizzare un aspetto decisamente più piccolo, che è inversamente connesso con la maggiore consapevolezza di sé  e che mi colpisce sempre più spesso: il presenzialismo.

Ora mi spiego meglio: le persone che ritengono di aver acquisito una maggiore consapevolezza di sé nel passaggio dai 20 ai 30, spesso sottolineano come questo li abbia portati ad essere più selettivi. In particolare questa selezione avviene nell’ambito del tempo libero, perché si cerca di usare il proprio tempo pensando più alla qualità che non alla quantità. Ciò non significa che si svolgano solo attività di un certo tipo -è importante non fraintendere- la qualità è assolutamente determinata a livello soggettivo. Il punto cruciale infatti non è nel cosa si fa ma nell’atteggiamento che sta alla base delle proprie scelte.

Se infatti a 20 anni, si è ancora vittime di un pensiero adolescenziale, che spesso ci porta ad essere sempre presenti agli eventi del nostro gruppo di riferimento  e non dire mai di no agli inviti degli amici, avvicinandosi ai 30 ci si affranca da questa mentalità, proprio grazie alla maggiore consapevolezza e sicurezza di sé che si acquisisce.

Non si tratta certo di uno scoop, tuttavia se non ci si ferma alla superficie si può cogliere come tale cambiamento determini un cambio -mi permetto di dire un’evoluzione- del sistema valoriale non da poco.  

L’argomento diventa ancora più interessante se si guarda il rovescio della medaglia. Vi sarà certamente capitato di incontrare o conoscere persone che non si sono arrese al passare degli anni, che inneggiano al grido di “I 30 sono i nuovi 20” e che sono passate senza soluzione di continuità da un decennio all’altro senza modificare le proprie abitudini. 

Naturalmente -come ripeto ogni volta- ciascuno vive la propria vita come meglio ritiene. Nel mio piccolo voglio invitarvi a riflettere su questo aspetto e, magari, a condividere le vostre opinioni. Non esiste giusto o sbagliato ma vorrei conoscere il vostro punto di vista.

Pensate che sia nell’ordine delle cose cambiare le proprie abitudini passando dai 20 ai 30? Ritenete invece che non ci sia grande differenza tra le due fasce d’età? Ma soprattutto cosa pensate della “fazione opposta”? 

Capita di frequente infatti sentire definire come patetici coloro che sostengono la posizione opposta alla propria. Ecco dunque che per gli uni i presenzialisti sono patetici perché visti come gli eterni peter pan mentre per gli altri i trentenni che escono meno sono dei patetici matusa. Voi come vi collocate?