L’identità passa dal lavoro?

Rileggendo gli appunti presi durante le interviste emerge chiaramente la necessità di partire trattando il tema del lavoro. Senza dubbio è un tema che oggigiorno sta a cuore a molti, non soltanto trentenni, d’altra parte è altrettanto evidente come esso sia il cardine di confronto tra la mia generazione e quella precedente che a 30 anni si era già costruita una stabilità proprio grazie al lavoro.

A questo punto ci si aspetterebbe che io parlassi di precarietà, adentrandomi nelle ben note polemiche circa la miriade di forme di sfruttamento a cui assistiamo quotidianamente senza quasi riuscire più a indignarci. Invece la riflessione da cui voglio partire è forse più sottile ma non per questo meno importante.

Permettetemi dunque una piccola digressione biografica: da bambina pensavo ci fosse una scuola per ogni mestiere e tempestavo i miei genitori con domande del tipo “Ma che scuola bisogna fare per diventare fiorista/ commesso/ cameriera etc. ?”

Questo semplice esempio, apparentemente insignificante, può invece essere preso come simbolo di come io e tanti miei coetanei siamo cresciuti nella convinzione che una determinata formazione producesse una professione specifica, seguendo quasi un rapporto di causa-effetto. L’impatto con la realtà della vita odierna ci ha costretto a cambiare idea, in quanto per un numero sempre maggiore di persone quest’equazione non vale più.

Siamo forse stati la prima generazione a vivere questo scollamento, quanto meno in termini di massa. Le ragioni di questo fenomeno sono molteplici e forse neanche troppo interessanti ai fini della riflessione che voglio fare. Ciò che mi preme sottolineare infatti è l’impatto che questo scollamento ha avuto sulle persone e sul processo di costruzione dell’identità.

Sembra che le persone abbiano reagito a questo fenomeno socio-economico sviluppando due diverse scuole di pensiero: la prima che non vede più il lavoro come componente identitaria e quindi cerca la realizzazione del sé attraverso altre attività, coltivando le proprie passioni. La seconda invece continua a ritenere fondamentale l’ottenimento della professione desiderata, non soltanto per una propria realizzazione personale ma anche per avere così una riconoscibilità sociale.

Potrebbero sembrare opinioni banali ma credo che in realtà costituiscano il fulcro della vita al giorno d’oggi, specialmente per noi trentenni. Vedo infatti intorno a me sempre più coetanei che si trovano davanti a questo bivio, che non è per nulla semplice da affrontare e spesso produce frustrazione, almeno fino a quando uno non trova il proprio equilibrio.

Naturalmente ci sono anche molte sfumature in mezzo, la realtà fortunatamente è composta da infinite condizioni particolari, tuttavia credo che riflettendoci attentamente ciascuno di noi possa riconoscersi nell’una o nell’altra scuola di pensiero. Sarebbe dunque interessante capire quale punto di vista prevale, per cercare di capire se il lavoro gioca ancora un ruolo determinante nella costruzione dell’identità oppure no, per quel che mi riguarda la domanda resta aperta.

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2 pensieri su “L’identità passa dal lavoro?

  1. alida ha detto:

    se così fosse credo che sarei in uno stato di depressione dovuto a crisi di identità perenne..invece non so se si avvicina di più alla superficialità o a un ottimismo che da un paio d’anni ho imparato ad adottare come stile di vita, ma non mi preoccupo troppo.
    se prima l’incertezza contraddistingueva l’idea del futuro in senso negativo, impededendo di fare piani e programmi, adesso giro questa situazione a mio vantaggio, permettendomi di essere più volubile ed “egoista”.
    so che può sembrare superficiale ma credo che crucciarsi troppo sia deleterio.
    il punto è che non è facile da capire, perchè io stessa qualche anno fa non avrei potuto concepire un simile atteggiamento, forse è una nuova forma di evoluzione della specie (o involuzione, più probabilmente)

    • Innanzitutto grazie per aver condiviso la tua esperienza 🙂 e il tuo punto di vista. Direi che l’ottimismo a cui tu fai riferimento è senza dubbio figlio del nostro tempo, non a caso si sente sempre più spesso ripetere la frase “guardare la crisi come un’opportunità“. Sapersi adattare alla realtà che ci circonda a mio avviso è senza dubbio un punto di forza, tuttavia credo sia importante provare a determinare se, come giustamente sottolinei tu, si tratti di un’evoluzione o involuzione.

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